Mondovallan e l’olocausto

il tempo della memoria

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Il tramonto di Fossoli

Io so cosa vuol dire non tornare.
A traverso il filo spinato
Ho visto il sole scendere e morire;
Ho sentito lacerarmi la carne
Le parole del vecchio poeta:
«Possono i soli cadere e tornare:
A noi, quando la breve luce è spenta.
Una notte infinita è da dormire».
Primo Levi – 7 febbraio 1946

 

 

Tecnica : mista su tela
misure : cm 40 x 40
luogo : collezione privata

Sulla Shoah Levi compose varie poesie. Il tramonto di Fossoli fu scritta il 7 febbraio 1946. Fòssoli è una cittadina posta a mezza via tra Mantova e Modena. Nel 1942 l’esercito italiano vi costruì un campo per i prigionieri di guerra. Nel dicembre del 1943 allo stesso campo fu assegnato un nuovo scopo e divenne un’area in cui rinchiudere gli ebrei italiani e i partigiani condannati ai campi di sterminio in Germania (!). Da Fossoli, senza un biglietto di ritorno partirono circa 5000 italiani.  Pochissimi sopravvissero – Primo Levi fu tra questi.
Le parole del vecchio poeta sono quelle contenute nei Carmi dedicati a Lesbia (vv 4-6) dal poeta romano  Gaio Valerio Catullo (84-54 a.C.).
Levi prende i versi a prestito per evocare il concetto di “indifferenza” alle umane vicende allorché la morte spenga per sempre ogni terrena velleità.
L’abominevole programma di sterminare un’intera razza tuttavia rimane vivo al crepuscolo del giorno e si rinnova al sorgere del sole così da ricordare a tutti coloro  che si trovino in agonia di carne e di spirito che, contro ogni logica architettura mentale, esiste e persevera nel mondo una spietata volontà di torturare il “buon senso” e, con quest’ultimo, un incolpevole parte del genere umano.

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Shemà
di Primo Levi (tradotto dall’ebraico: ascolta) poesia tratta dalla sua opera più celebre “se questo è un uomo
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
Primo Levi 10 gennaio 1946
Tecnica : mista su tela
misure : cm 40 x 40
luogo : collezione privata

Nel giorno della memoria attraverso la testimonianza di
Primo Levi
Questa poesia, dopo essere stata inclusa nel saggio testimoniale “se questo è un uomo”, sarà successivamente pubblicata nella raccolta poetica Ad ora incerta (1984).
Il fumo nero che sale verso un cielo plumbeo reso grigio dalla  pulviscolare  morte prodotta dai gas. E croci colorate di sangue che, tante in primo piano, si confondono via via nella ristagnante e mefitica aria di un luogo in cui le narici più non percepiscono odori. Nessuno sa. Nessuno sente. Si può morire di fame ma è molto peggio, credo, se esiste un peggio, morire di paura per ogni attimo che arrivi in successione all’altro. Numeri e numeri tatuati sulle braccia che svaniscono nella cenere e si perdono nell’eternità.
E’ la magia dell’orrore.
Oggi sei un mumero e domani nemmeno quello. Forse non li scorgi ma nella mia raffigurazione sono presenti due occhi che esprimono l’incapacità di riflessione dovuta al panico creato da un’immanenza di morte.
Che muore per un sì o per un no” cristallizza il concetto di sudditanza verso chi eserciti arbitrariamente un potere di dominio sulla vita altrui.

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Auschwitz
Laggiù, ad Auschwitz, lontano dalla Vistola,
amore, lungo la pianura nordica,
in un campo di morte: fredda, funebre,
la pioggia sulla ruggine dei pali
e i grovigli di ferro dei recinti:
e non albero o uccelli nell’aria grigia
o su dal nostro pensiero, ma inerzia
e dolore che la memoria lascia
al suo silenzio senza ironia o ira.

Tu non vuoi elegie, idilli: solo
ragioni della nostra sorte, qui,
tu, tenera ai contrasti della mente,
incerta a una presenza
chiara della vita. E la vita è qui,
in ogni no che pare una certezza:
qui udremo piangere l’angelo il mostro
le nostre ore future
battere l’al di là, che è qui, in eterno
e in movimento, non in un’immagine
di sogni, di possibile pietà.
E qui le metamorfosi, qui i miti.
Senza nome di simboli o d’un dio,
sono cronaca, luoghi della terra,
sono Auschwitz, amore. Come subito
si mutò in fumo d’ombra
il caro corpo d’Alfeo e d’Aretusa!

Da quell’inferno aperto da una scritta
bianca: “Il lavoro vi renderà liberi”
uscì continuo il fumo
di migliaia di donne spinte fuori
all’alba dai canili contro il muro
del tiro a segno o soffocate urlando
misericordia all’acqua con la bocca
di scheletro sotto le docce a gas.
Le troverai tu, soldato, nella tua
storia in forme di fiumi, d’animali,
o sei tu pure cenere d’Auschwitz,
medaglia di silenzio?
Restano lunghe trecce chiuse in urne

di vetro ancora strette da amuleti
e ombre infinite di piccole scarpe
e di sciarpe d’ebrei: sono reliquie
d’un tempo di saggezza, di sapienza
dell’uomo che si fa misura d’armi,
sono i miti, le nostre metamorfosi.

Sulle distese dove amore e pianto
marcirono e pietà, sotto la pioggia,
laggiù, batteva un no dentro di noi,
un no alla morte, morta ad Auschwitz,
per non ripetere, da quella buca
di cenere, la morte.

Tecnica :
misure :
luogo : collezione privata
Questa straziante poesia di Quasimodo tratteggia la paura, l’angoscia ed il dolore che accompagnano la “Shoah” (tradotto dall’ebraico: la “catastrofe“).  Pur essendo uno dei più importanti esponenti dell’Ermetismo, Quasimodo, in questa lirica, anche se  alcuni concetti potrebbero essere recepiti in più modi, espone molto chiaramente la sua visione in riguardo alla sofferenza patita dalle vittime protagoniste dello sterminio.  Qui c’è tutto (forse). Da una parte il martirio di gente incolpevole e dall’altra la degradazione dell’uomo che ha perso ogni rispetto di sé stesso.
L’orrore è fatto cronaca quotidiana.
Personalmente, con questo mio dipinto, vorrei adoperarmi  quale strumento di  Eco  o di trasmittanza affinché il messaggio di Quasimodo, attraversando i tempi,  arrivi alle future generazioni.
La mia speranza  è che l’infame pagina di storia non sia dimenticata. 

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